Le zone umide del Varesotto e Rete Natura 2000

Porciglione. Foto di Milo Manica

Le zone umide del Varesotto e Rete Natura 2000.  di Milo Manica

Le glaciazioni degli ultimi due milioni di anni hanno provocato grandi sconvolgimenti geomorfologici nelle nostre zone. In particolare i ghiacciai, ritirandosi (l’ultima volta appena 12.000 anni fa), hanno lasciato dietro di sé solchi e avvallamenti che si sono impermeabilizzati e riempiti di acqua. In questi nuovi ambienti molte specie vegetali e animali hanno trovato un luogo idoneo per vivere.

I laghi prealpini sono l’esempio più eclatante di questo fenomeno. Le loro rive un tempo erano una zona ecotonale (di passaggio fra diversi ecosistemi) ricca di canneti e altri ambienti tipici delle cosiddette “zone umide”.

Migliarino di palude. Foto di Milo Manica

L’antropizzazione e lo sviluppo industriale e urbanistico degli ultimi secoli hanno fortemente intaccato queste aree: questi ambienti hanno subito vari mutamenti, dalle “bonifiche” per ragioni di salubrità dell’aria e contro le malattie, alle cementificazioni al fine di “recuperare” zone edificabili, al tentativo di ritagliare zone per pascoli o boschi produttivi.

A ciò si aggiunge il fatto che questi ambienti tendono per loro natura ad evolvere verso stadi climax (ecosistemi stabili) che comportano il loro interramento e ciò può avvenire in pochi decenni. Così anche piccole pozze o stagni importantissimi per molte specie endemiche (specie presenti solo in piccole aree al mondo) lasciano il posto dapprima ad arbusteti e poi a boschi.

Canneto congelato. Foto di Milo Manica

Certamente, prima dei cambiamenti antropici, molte di queste zone potevano essere rimpiazzate da nuove. Ad esempio l’esondazione dei fiumi poteva creare delle lanche (bracci di fiume abbandonati) che potevano essere ricolonizzate dalla vegetazione e poi dalla fauna.

Oggi ambienti come i canneti, i magnocariceti, gli ontaneti non hanno più queste possibilità: una volta che una zona umida scompare, con essa spariscono importanti popolazioni animali e vegetali. Le zone umide, in definitiva, sono andate via via riducendosi sia per cause naturali che per cause artificiali.

Magnocariceto. Foto di Milo Manica

In questi anni diventa quindi importante riuscire a gestire in ottica naturalistica i pochi ambienti residui. Anzi, sempre più spesso anche piccole zone umide artificiali mostrano la loro importanza per vegetazione e fauna. Un esempio su tutti è rappresentato dalle vasche di fitodepurazione di alcuni impianti di depurazione delle acque (per esempio le Vasche dell’Arnetta a Castano Primo ospitano la Phragmites australis, la Typha sp. e sono frequentate da Cavalieri d’Italia, Moriglioni e Morette tabaccate).

Folaga nel canneto

Qual è l’importanza di queste zone, quali funzioni ecologiche svolgono?

Ne ho fatto un accenno sopra, ma è bene elencare un po’ di servizi che dimostrano l’importanza delle zone umide:

  • sono bacini di biodiversità: molte specie li frequentano e talune sono endemiche o minacciate d’estinzione;
  • sono punti di passaggio per molte specie migratrici;
  • sono fasce tampone fra ecosistemi diversi;
  • svolgono la funzione di filtro naturale contro inquinanti (fertilizzanti agricoli, pesticidi, polveri sottili…);
  • possono essere sfruttate dagli animali come corridoi ecologici;
  • in contesti fluviali le specie vegetali contribuiscono al sostenimento spondale delle rive in caso di piene;
  • prelevano anidride carbonica dall’atmosfera.
Porciglione. Foto di Milo Manica

Ho accennato anche alle problematiche che vivono, ma voglio elencare le principali in modo schematico:

  • evoluzione della vegetazione verso stadi più maturi;
  • evoluzione del fragmiteto verso stadi asciutti con la scomparsa di Thypa spp. e magnocariceto;
  • introduzione di specie vegetali e animali alloctone invasive (per esempio il fior di loto, la Ludwigia hexapetala, il gambero della Louisiana e la nutria);
  • disturbo antropico (attività agricole, industriali, turistiche, ludiche);
  • carenza di uniformità della normativa in merito all’accessibilità e gestione;
  • vigilanza inadeguata
Tifa (Thypa)

Come proteggerle?

Negli ultimi decenni l’attenzione per questi ambienti è cambiata molto: da interesse per attività antropiche a fini economici o ludici si è passati ad un’attenzione in senso conservazionistico.

La convenzione di Ramsar (1971), le direttive comunitarie Uccelli (1979) e Habitat (1992) hanno gettato luce sulle problematiche che le affliggono e sviluppato l’interesse per la loro salvaguardia. Buona parte delle zone umide del nostro territorio sono comprese nella Rete Natura 2000 (che nasce proprio grazie alle direttive comunitarie).

Tutto ciò ovviamente è importantissimo, ma non basta. Bisogna creare consapevolezza fra la cittadinanza e promuovere una cultura del rispetto ambientale che parta dalle generazioni nuove. Puntare sulle scuole può essere il passo decisivo per coinvolgere anche le fasce d’età dei genitori.

Ognuno di noi può essere d’aiuto vigilando su queste zone e denunciando eventuali problematiche che si possono individuare durante una semplice passeggiata per le nostre bellissime zone umide.

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